Scuola sicura per tutti: l’appello di tre maestre sarde

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La scuola “a distanza” non è stata per tutti, ma per i pochi che possedevano i mezzi e un adeguato supporto famigliare; non ha raggiunto coloro che, anche tra i banchi, faticavano a seguire; è stata un blando palliativo che ha consegnato solo nozioni dimenticando le relazioni, non contemplando quanto di più educativo ci sia dentro una classe, tra i corridoi, in una palestra o in un cortile scolastico: il rapporto umano.

La privazione, subìta dai bambini, di una socialità indispensabile, del contatto diretto con compagni e docenti, non ha potuto, infatti, venir compensata dai dei, pur ingegnosi, tele–docenti.

Noi insegnanti, assai preoccupati vogliamo continuare, oggi più di ieri, a sollevare la mano, come fino a poco tempo fa insegnavamo ai nostri alunni, per dire “NO” a questo scempio di D.a.D. fatto passare per innovazione tecnologica; “NO” alle arbitrarie disposizioni/imposizioni in merito, dei Dirigenti Scolastici! “NO” alla didattica a distanza come impersonale sostituta di quella in presenza, nel processo d’insegnamento/apprendimento; “NO” a questa (proficua) operazione di mercato, che ha foraggiato sempre più il concetto di Scuola Azienda.

“NO” a una eventuale, futura didattica ‘mista’ (un po’ a in presenza, un po’ a distanza) per gli stessi motivi sopraelencati!

“NO” ai grandi sindacati che su queste operazioni hanno taciuto, ma già da tempo erano silenti davanti allo smantellamento della Scuola pubblica, in accordo con qualunque governo si sia avvicendato.

“Sì”, invece, agli articoli 33 e 34 della Costituzione.

“SÌ” ai maestri e ai professori che lasciano un segno vivo nei loro discenti, all’insegna non della visibilità mediatica o dell’addestramento a taluni quiz di valutazione, ma della loro professionalità, nonché onestà intellettuale!

Davvero si è voluta persuadere l’opinione pubblica che i mali della nostra Scuola derivassero dall’arretratezza tecnologica del corpo docente italiano? Davvero si è voluto far intendere che quei mali non fossero, al contrario, le classi ‘pollaio’, la soppressione di migliaia di plessi in nome del ‘fare economia’, le ‘cattedre spezzatino’, il precariato a vita, gli edifici mai del tutto a norma ecc

Qui non si tratta più solo del problema (serissimo) della pandemia causata dal Coronavirus, anche se è stato quest’ultimo, purtroppo, a evidenziare ulteriormente la situazione in cui versa la Scuola italiana – resa ancor più insostenibile dalle ultime riforme (l. 107/2015, ad esempio) concepite dal legislatore con l’ausilio di commissioni di esperti: ma se gli esperti siamo noi che ci abitiamo a scuola, perché non ci si permette mai di collaborare alla ricerca di soluzioni concrete per migliorare questo nostro settore?

Invece, da decenni, noi insegnanti, e con noi i nostri alunni e figli, stiamo subendo supinamente questo sfacelo senza il supporto delle sigle sindacali che contano.

Basta, quindi, considerarci fannulloni soltanto perché non produciamo beni di consumo: noi “produciamo”, se così si può dire, menti pensanti in grado di vagliare in maniera critica la realtà circostante.

Basta con l’essere continuamente definiti assenteisti ogni qualvolta ci avvaliamo del diritto di scioperare: quando protestiamo, infatti, non siamo in vacanza (definizione sbrigativa per liquidare la questione) e ci viene decurtata una certa somma dal salario (a proposito … Perché non devolvere tale somma a sostegno della Scuola stessa?).

E ancora … ci spiace che si parli di noi come di eterni lavativi col pretesto del nostro ‘leggero’ orario di lavoro (non così leggero, poi, se confrontato con quello di altre Scuole europee di tutto rispetto).

Solleviamo dunque la mano, ancora una volta, con la ferma volontà di non arrenderci, per chiedere, sostenuti in questo, dai Cobas Scuola Sardegna,

  • che lo Stato garantisca a TUTTI – alunni, docenti, personale ATA – le condizioni più sicure per tornare quanto prima tra i banchi;
  • che la Scuola italiana non venga ridotta ad un “ufficio virtuale” dove le dinamiche affettive tra insegnanti, alunni e altro personale siano equiparate a semplici “atti formali”.
  • che si colga l’occasione fornita da quest’emergenza per rimediare alle devastanti riforme subìte dalla scuola negli ultimi vent’anni e investire seriamente in essa

Abbattendo il numero di alunne/i per classe, fornendo adeguate risorse per il proprio funzionamento, prevedendo un piano straordinario di edilizia scolastica, garantendo effettivamente il diritto allo studio (trasporti, convitti, mense), assumendo tutto il personale precario, docente e Ata che ne ha diritto e, che da anni, “tira la carretta” nelle scuole pubbliche (Cobas Scuola Sardegna, 9 aprile 2020).

Questo è quanto chiediamo per riappropriarci della nostra dignità d’insegnanti, rendendoci disponibili in qualunque momento ad un leale confronto, con governanti e sindacati, basato sulle reali esigenze della nostra Scuola pubblica.

Siamo tre maestre che insegnano in una scuola primaria sarda. Ad Aprile lanciammo una petizione che riproponiamo ancora oggi poiché, nulla di serio è stato fatto per risanare le ventennali ferite della scuola pubblica italiana, nemmeno sotto l’urgenza dettata da questa pandemia. Firma la petizione http://chng.it/xXbHMsBs

Le maestre Giovanna Magrini, Lourdes Ledda, Daniela Marras

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