Insegnante scrive a Draghi: la lettera virale che racconta la professione ai tempi del Covid

Draghi lettera insegnante

Gentile signor Draghi, Sono un’insegnante di Italiano e Latino nel liceo classico di una cittadina della provincia salernitana. Ho capito che, se perfino Lei, neanche arrivato a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio, sente il bisogno di dire la sua sulla scuola, allora veramente non abbiamo alcuna possibilita’ di sopravvivenza“. Comincia cosi’ la lettera aperta che una professoressa campana decide di pubblicare sulla sua pagina Facebook e che sta gia’ facendo il giro di tutte le chat dei professori d’Italia d’accordo con la collega.

Lettera a Draghi, chi è la prof

Lei si chiama Nunzia Pendino e, alla luce delle notizie sul prolungamento dell’anno scolastico fino a giugno emerse dalle consultazioni dei partiti con Mario Draghi, decide di prendere carta e penna, anzi, visti i tempi, di aprire il suo ‘social’ e pubblicare un rimprovero pubblico al presidente del Consiglio incaricato a proposito del ‘recupero’ del tempo perso in dad bacchettandolo per non aver ‘consultato’ gli insegnanti sul tema. Sotto il post sono gia’ comparsi centinaia di ‘Mi Piace’ e condivisioni e commenti di appoggio da parte anche di altri docenti che sposano la linea del ‘rimbrotto’ al professor Draghi. Qualcuno e’ molto tagliente: “Condivido cara Nunzia- scrive un utente- ascoltera’? Non credo! Questi professoroni credono che i titoli li renda esperti su tutto!”.

COMMENTA SU PRONTI PER LA SCUOLA

Scrive la prof.: “La scuola pubblica, nell’ultimo anno, ha compiuto un ‘salto’ in avanti di almeno vent’anni, rendendo possibile e concreto quello che sembrava futuristico, fantascientifico. Collegi e Consigli online, video/ audiolezioni in chat, compiti caricati su piattaforme dedicate… Una rivoluzione copernicana, a costo quasi zero. Dico ‘quasi’, perche’ un prezzo c’era, e quello piu’ alto lo hanno pagato gli insegnanti, gli studenti e le loro famiglie. Gli insegnanti, soprattutto.

Difatti, con uno sforzo silenzioso, con umilta’, con coraggio, si sono rimboccati le maniche, e hanno inventato e realizzato – molto prima delle fumose linee-guida emanate dal ministero – una nuova modalita’ di ‘fare scuola’, mossi solo dal desiderio di non abbandonare i propri studenti, di conservare con loro la relazione personale, e soprattutto di preservare il progetto educativo con cui accompagnarli nella loro crescita culturale. E nel contempo di continuare a guadagnarsi con onesta’ il loro ‘congruo’ stipendio”. La lettera a Mario Draghi cosi’ continua: “E mentre gli insegnanti (sempre loro, questi sfaticati!) si arrovellavano per cercare di non perdere uno solo dei loro allievi, sa cosa si scopriva? Che l’ora di lezione, benche’ ‘ridotta’ di un quarto d’ora (in ossequio alle norme di tutela della salute), rendeva almeno il doppio dell’ora canonica di 60 minuti. Eh si’, caro signor Draghi! La didattica a distanza ha giocoforza allontanato da se’ tutti quegli eventi che ogni giorno, ogni santo giorno, invadevano le lezioni, ‘prelevando’ i ragazzi, che venivano invitati a seguire conferenze su temi culturali, politici, sociali, a offrirsi come pubblico alla presentazione di improbabili volumi, ad assistere alle kermesses delle mille universita’ che si mettevano in vetrina.

La scuola venduta alla pseudopolitica

I nostri ragazzi, merce da scambiare per ossequiare il politico, lo scrittore, lo scienziato di turno, in barba ai loro interessi, alle loro scelte. E cosi’ finalmente la scuola, da circa un ventennio venduta alla pseudo-politica del territorio, si e’ ripresa se stessa! C’era veramente bisogno di un virus venuto da lontano? C’era veramente bisogno di 90.000 morti e non so piu’ quanti ammalati e quanto dolore, per capire che una svolta era indispensabile e soprattutto possibile?”.

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