Elogio della lezione frontale: “Cosa significa davvero didattica”

lezione frontale

Elogio della lezione frontale di Roberto Contu
tratto da La Letteratura e Noi

So utilizzare bene il pc

Lo so usare perché mi è sempre piaciuto farlo o semplicemente perché appartengo a una delle prime generazioni che l’ha usato fin dall’infanzia. A sette anni digitavo load/return su un Commodore 16 (ma avevo già messo le mani su un Vic 20), a dieci iniziavo a scrivere linee di Basic con il Commodore 64.

So montare e smontare file, creare archivi e database, gestire hardware e far funzionare al meglio i software.Ho creato ipertesti, so costruire un sito web, abito naturalmente il mondo social. Mi tengo aggiornato, sto difronte ad un monitor molte ore al giorno. Insomma posso dire di usare il pc bene. Non a livello di un informatico certo, ma so utilizzare il pc bene.

L’utilizzo a scuola

I miei alunni sono in rete con me, i gruppi classi on line sono da tempo una consuetudine nella mia prassi didattica. Mi sono presto interessato ai nuovi approcci didattici, possibili e immaginabili, che integrassero in modo intelligente passione per l’insegnamento, solidità degli obbiettivi e nuove tecnologie. Ho seguito corsi on line sulla flipped-classroom, capisco le potenzialità dell’e-learning, so gestire didatticamente un e-book. Utilizzo ogni risorsa che offre il registro elettronico apprezzandone la comodità e l’infinito risparmio di tempo che consente.

Nonostante il mio profilo sembrerebbe essere quello del cosiddetto docente 2.0/3.0/4.0/5.0 etc., continuo a considerare la lezione frontale come la pietra angolare su cui si fonda il mio mestiere di insegnante.

Lezione frontale come pietra angolare

Sì, proprio la lezione frontale, docente di fronte agli alunni, messi all’antica: l’uno in cattedra, gli altri seduti dietro i banchi a due, il libro o una fotocopia, nient’altro che voce e gessetto. Per scelta e aspirazione. Sebbene personalmente in grado di capire e mettere a sistema quanto di meglio le nuove tecnologie ma soprattutto le nuove metodologie possano offrire.

Io so che, per quanto mi riguarda e per via del tutto induttiva, i risultati migliori a scuola li ho ottenuti e li ottengo tuttora con lezioni frontali. Con una precisazione essenziale: a oggi, dopo diciassette anni di insegnamento, un dottorato e un impegno attivo nella ricerca letteraria e didattica, posso dire di saper fare lezione frontale, per come la intendo, solo su alcuni argomenti: quelli che conosco molto bene. Porto alcuni esempi.

Negli ultimi anni ho studiato a lungo alcuni autori della nostra letteratura moderna e contemporanea. Contestualmente ho insegnato in diverse quinte classi di istituti tecnici dove, ma tu guarda, ho fatto lezioni frontali ad esempio su Pasolini e Calvino, della durata anche di due ore, con un piccolo intervallo nel mezzo, senza problemi di cali di attenzione e con risultati ottimi alle verifiche. Ho letto passi da Che cos’è questo golpe o L’antitesi operaia e gli alunni non si sono annoiati: ne sono testimoni gli insegnanti di sostegno presenti.

Lezione frontale, gli alunni lo hanno capito

Gli studenti hanno capito, sì, hanno capito lo snodo dei Settanta e la perdita di centro della riflessione sul reale di fine anni Cinquanta. Ne hanno tratto beneficio all’Esame di Stato: sono testimoni i commissari esterni presenti alle tornate di esami. Alunni che studiavano Meccanica e Sistemi, Economia aziendale e Informatica.

Se l’insegnante è depositario di un’esperienza culturale compresa realmente e profondamente, la trasmissione di un tale tesoro non sarà mai troppo complicata. Occorreranno i ferri del mestiere, che sono tanti e andranno conosciuti e gestiti, ma se l’esperienza del docente è vera, questa non potrà non diventare vera anche per gli alunni. È questo a mio giudizio il grado zero della trasmissione didattica: sentire e sperimentare che tutto ciò che si conosce realmente e seriamente passi e arrivi senza troppo faticare, quasi per osmosi verbale.

Ma allora, alla luce di quanto affermato, sarebbe possibile fare lezioni convincenti solo su argomenti su cui ci siamo laureati o addottorati? Certo che no, ed è qui che viene il bello o il brutto, a seconda di come la si voglia vedere. Sono convinto che l’insegnante sia per definizione un essere che accetta di passare la vita a studiare ininterrottamente e in modo forsennato. È quello che ho sperimentato e che continuo a verificare ogni anno che passa, da diciassette che sono in cattedra, con un pizzico di timore di reggere alla lunga ai miei pomeriggi cinque giorni su sette, dalle tre alle sei chino sui libri, dopo le cinque ore mattutine di scuola.

Ogni anno che passa si amplia il ventaglio delle mie lezioni frontali che so arriveranno al traguardo. Ho in mente la mia personale lista di argomenti, autori e passi, per i quali so di avere bisogno giusto di un libro o di una fotocopia e una lavagna per portare a casa una lezione ben fatta: il nostro Novecento letterario ad esempio mi è sempre più semplice da trasmettere.

Ma ho in mente anche la mia personale lista nera di argomenti e autori rispetto ai quali so di aver bisogno di molti più strumenti per ottenere lo stesso risultato: quelle poche volte che ho dovuto insegnare storia antica ho vissuto veri e propri calvari didattici a fronte della mia preparazione meno qualificata. Del resto non è esperienza di ogni docente quella di conoscere e accrescere il numero delle proprie carte vincenti e dei propri argomenti a prova di classe, nonché quella di sanare i propri buchi formativi? So bene che il mio traguardo ideale, magari a fine carriera, dovrebbe essere quello di potermi muovere con sicurezza in tutto il panorama curricolare delle mie discipline. Così bene da poter sostenere, nel mio caso, anche una riuscitissima lezione frontale sulla cultura sumerica.

Mi rendo conto di come il discorso sia semplificatorio e forzato, ma forse ciò è inevitabile al fine di suscitare un confronto. Del resto l’ho presentata come provocazione e a questo punto mi rendo conto che di questo si tratta. Ho in mente le possibili obiezioni a una riduzione di questo tipo; occorrerebbe ad esempio specificare ed entrare nel merito di cosa significhi condurre con la parola e qualche colpo di gesso un’ora di lezione frontale. Occorrerebbe chiarire come la lezione frontale non implichi la passività, tantomeno verbale, dello studente e la sua esclusione dall’interazione con il docente.

Occorrerebbe affrontare il tema dell’autorevolezza del docente e della sua costruzione al fine di consentire la prassi comunque forzata dell’ascolto unidirezionale. Concordo sul ritenere la pratica didattica migliore quella che integra in modo intelligente ogni risorsa spendibile in classe. Ma – inutile nascondermi – mi interessa anzitutto porre la questione con una presa di posizione chiara: ribadire la centralità dell’insegnante e del suo bagaglio insostituibile di conoscenza.

Entra subito in Pronti per la scuola!, il gruppo Facebook del Personale Scolastico più grande d'Italia. Ci trovi notizie dalla scuola, opinioni autorevoli e comunicazioni sindacali.