Allarme iscritti scuola dell’infanzia, meno 15% rispetto al 2013-14

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Secondo l’elaborazione dati del Ministero dell’istruzione curata da Tuttoscuola, nel 2013-14 nella scuola dell’infanzia statale erano iscritti 1.030.367 bambini; tre anni dopo si è scesi a 978 mila, nel 2018-19 a 918 mila e nell’anno in corso a 875 mila alunni.

Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ha affermato che “100 mila iscrizioni in meno negli ultimi due anni è un chiaro segnale di come sia fallita la riforma della Buona scuola percorso 0-6 anni; è necessario puntare sulla proposta Anief, con anticipo dell’obbligo scolastico a 3 anni di vita, come chiesto nel Recovery plan sul diritto alla studio e come vuole l’Europa che punta a garantire il diritto all’istruzione nell’infanzia. È sempre più urgente allargare l’obbligo formativo, anticipandone l’avvio a tre anni di età, quindi in corrispondenza dell’avvio della scuola dell’infanzia, e portandolo poi fino alla conclusione della secondaria di secondo grado. Non attuare questo nuovo modello porterebbe, infatti, ad un continuo e progressivo allargamento della forbice tra le diverse fasce di popolazione, con quelle meno abbienti e di origini straniere sempre più indietro. In questo quadro, diventano vitali gli investimenti sul settore delle scuole dell’infanzia previsti dal Recovery plan. Non dimentichiamo che un bambino che non frequenta i primi anni di scuola ha molte più possibilità di aver difficoltà formative e di andare incontro ad un abbandono precoce degli studi, passaggio quasi ormai scontato verso la collocazione tra i Neet di cui l’Italia possiede da tempo il poco invidiabile record europeo”.

La proposta di convogliare i fondi del Piano Next Generation EU è stata di recente presentata durante l’incontro recente tenuto dai sindacati di comparto e le Confederazioni rappresentative di Istruzione e Ricerca, tra cui Cisal e Anief, incentrato sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e degli investimenti del Recovery Plan che la Commissione europea invierà all’Italia in primavera”.

Sulle iscrizioni alla scuola dell’infanzia, l’Italia fa registrare una preoccupante inversione di tendenza. Lo denuncia oggi Tuttoscuola, analizzando come si sia passati “in pochi anni dalla vetta alla crisi di iscritti”.

Una tendenza aggravata dal Covid, ma che ha origini precedenti da collegare alla crisi economica degli ultimi anni e non ha nulla a che vedere con il calo demografico trattandosi di dati in relazione sempre ai potenziali utenti.

“Una decina di anni fa – scrive la rivista specializzata – il servizio sembrava essere arrivato al top, almeno sotto l’aspetto quantitativo: scolarizzazione quasi al 100% dei nati in età, incremento della frequenza per l’intera giornata, record di bambini iscritti. Education and training nel riportare gli obiettivi di Lisbona per i Paesi dell’Unione Europea indicava nel 2009 un tasso di scolarizzazione dei bambini italiani di età 4-5 anni del 99,8%. La percentuale di scolarizzazione però è andata diminuendo di anno in anno per toccare nel 2019 il 94,9%, sotto l’obiettivo del 95% fissato dall’Unione”.

Quelli della frequenza della scuola dell’infanzia sono numeri scoraggianti: la stampa specialistica oggi riporta che “nel 2009-10 la percentuale di bambini che partecipavano alle attività educative e didattiche della scuola per l’intera giornata era del 90,4%, poi era andato invece crescendo il numero di bambini che si avvalevano soltanto di mezzo servizio senza nemmeno fruire della refezione e, conseguentemente, la percentuale di frequenza per l’intera giornata nel 2019-20 è scesa all’89,5%”.

I motivi si riconducono, indubbiamente, alla “crisi economica che ha colpito soprattutto le famiglie meno abbienti (e spesso con situazione economico-sociale critica) in difficoltà per pagare le rette di frequenza e di mensa. Una difficoltà spesso rilevata soprattutto tra le famiglie straniere.

“La crisi quantitativa di quello che è un fiore all’occhiello della scuola italiana – continua Tuttoscuola – si è tradotta in un minor numero di classi (e quindi anche di docenti): -1.576 classi (-4%) rispetto all’anno 2013/14. Ma ha travolto anche le scuole: negli ultimi anni hanno chiuso circa 1.000 scuole dell’infanzia paritarie – un dato drammatico – ma anche 250 scuole statali dell’infanzia (per lo più monosezioni). I più colpiti sono stati molti piccoli territori, privati completamente del servizio, costringendo numerose famiglie a cercare l’iscrizione in scuole lontane (scuolabus permettendo) o a rinunciare del tutto al servizio”.

Il problema è che “prima nessuno rinunciava a questo importante servizio, ora un 5% delle famiglie non riesce o non vuole avvalersene. Si alza lo spettro della povertà educativa sulle fasce più deboli della popolazione.

Scomponendo i dati, si può stimare che il crollo di -155 mila alunni rispetto a otto anni fa sia ascrivibile per circa -110 mila al calo demografico e per circa -45 mila ad altri fattori. Evidentemente incidono: fattori economici, sociali e di insufficiente elasticità dell’offerta statale e comunale rispetto al declino delle scuole non statali (che ancora oggi accolgono circa il 36% degli alunni).

Il danno ai giovani che non si avvalgono della scuola fra i tre e i sei anni è altissimo. In questa fascia d’età “si formano alcune delle competenze cognitive, emotive e comportamentali che consentono un positivo inserimento nella scuola primaria e condizionano, secondo alcune indagini longitudinali, anche il successo negli studi superiori e nel lavoro. Inoltre, per quanto ridotta, la percentuale di bambini che non frequentano la scuola dell’infanzia è costituita da soggetti che in larga parte non hanno avuto alcun intervento pedagogicamente significativo nella fascia 0-3, altrettanto decisiva per un equilibrato sviluppo delle competenze linguistiche di base. Si tratta di bambini a rischio di emarginazione prima scolastica e poi sociale”.

Anief continua a sostenere l’esigenza di intervenire. La mancata frequenza della scuola in tenera età è infatti in alto numero un preludio delle difficoltà formative e non di rado anche al favorire la dispersione scolastica. Per questi motivi diventa sempre più importante anticipare proprio a tre anni di età anagrafica l’accesso obbligatorio alla scuola, andando in questo modo a risolvere il problema alla base.

Inoltre, viene da sé che sarà necessario adeguare gli organici del personale, però sganciandoli dal numero degli iscritti e legandoli alle esigenze specifiche del territorio, anche tenendo conto del tasso di disoccupazione e di dispersione, di emigrazione o immigrazione, delle difficoltà di raggiungimento di un luogo (montagne o piccole isole). Non bisogna più dire che ogni classe deve essere fatta da 22-25 alunni ma rimodulare il contesto in base alle esigenze.

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